Sono uno che odia l’attualità; un nemico del tempo e dello spazio, della legge e della necessità.
Sogno un mondo di mistero gigantesco ed affascinante, di splendore e terrore, nel quale non vi siano altri limiti se non quelli della libera immaginazione.

H.P.Lovecraft

” Io sono l’ultimo e parlerò al vuoto in ascolto… e oltre i mondi, vaghi fantasmi di cose mostruose; templi nefandi dalle gigantesche colonne che poggiano su rocce senza nome al di sotto dello spazio e che raggiungono vuoti al di sopra delle sfere di luce e di buio. E onnipresente, incessante, in questo ripugnante cimitero dell’universo, il sordo rullio dei tamburi e il monotono lamento dei flauti blasfemi che qualcuno suona ancora in inconcepibili stanze senza luce, al di là del tempo, e al cui ritmo danzano goffi, tenebrosi e giganteschi, gli ultimi dei: i ciechi muti stolidi mostri la cui anima è Nyarlathotep”

Da “Nyarlathotep” di H.P. Lovecraft

NEBBIA

Racconto breve di Maurizio Cavallo (Jhlos) giornalista , pittore e musicista in Vercelli. E’ una storia al limite dell’irreale, con spunti che rasentano la letteratura gialla classica, tessuta su fondamenti che trovano riscontro in fenomeni paranormali.

Capitolo I°

Il rintocco delle campane gli giungeva attutito, ovattato dai mille silenzi della notte e dalla bruma spessa che fluttuava lenta tra i pioppi.

I piedi affondavano nell’erba alta – nel silenzio solo il respiro affannoso.

Thomas non ricordava più da quanto tempo camminava, non ricordava neppure perché era lì. Fra- stornato, confuso – La mente ovattata, sospesa nei filamenti argentei della nebbia. Improvviso, il lampo lo sorprese ombra tra le ombre – I1 fragore terribile del tuono che rotolava sulle cime scure degli alberi, tra l’erba umida della collina. Ricominciava a piovere. Dicembre!… Sì, tra pochi giorni sarebbe stato Natale. La mente di Thomas si dilatava in un arcobaleno di colori vividi, di immagini in un tumulto di pensieri, in un caleidoscopio di suoni stridenti; poi il turbinio tempestoso sembrò quietarsi. Simile alla calma che sopraggiunge dopo le tempeste tropicali, la mente di Thomas si adagiò lentamente, con dolcezza, al ricordo di LISA. Sua moglie.
La vide fragile, premurosa e romantica. Vide i suoi occhi dolci, sognanti, quegli occhi che s’illuminavano d’una gioia segreta, incontenibile, quando quasi con timore lasciava scivolare le sue mani sui fianchi, sul grembo ad accarezzare il frutto del loro amore.

Thomas sorrise… presto sarebbe diventato padre. Ed ancora i suoi pensieri si rincorsero veloci. Ora ricordava quando Lisa illuminandosi in volto gli era saltata al collo e stringendolo forte, come una bambina che ha ricevuto il suo più bel regalo, gli aveva confidato il suo più tenero segreto mentre una lacrima brillava nei suoi occhi grandi che si riempivano d’immenso.

Poi, improvvisamente, così come erano venuti, i ricordi lo abbandonarono inghiottiti dalla coltre bianca. La nebbia.

Ebbe un tremore, un brivido di freddo gli scese lungo la schiena. Faticosamente mosse un passo, due, poi si sentì leggero, quasi fosse diventato parte del bianco velo che lo avvolgeva. Si sentì precipitare. Scivolava lentamente in un tunnel senza fine.

La nuca gli doleva, si passò una mano sul volto, si sfiorò la fronte con lentezza angosciosa, allucinante. Al chiarore del lampo, sulla mano, il colore rosso del sangue.

Capitolo II°

Ora la nebbia era diventata accecante. ” L’alba “, pensò. Un’alba livida e fredda, fredda come il gelo che lo possedeva immobilizzandolo.
Si sentiva fluttuare, avvinghiato, prigioniero a qualcosa d’inspiegabile. Una forza invisibile lo trascinava, lo risucchiava leggero, in un abisso bianco. Ora Thomas non vedeva più gli alberi ed i suoi piedi non sentivano l’erba umida, né avvertiva il suo respiro affannoso. Ora volteggiava e dinanzi agli occhi solo il velo bianco, niveo, abbagliante della nebbia. Si sentì chiamare. Ne era sicuro. Aveva udito chiamare il suo nome. Thomas… Thomas! Come una cantilena lontana, come un tintinnio di campanelle, la voce argentina ripeteva il suo nome. Poi, tra i bagliori silenziosi e le ombre fosche … la vide.
I riccioli biondi, il volto roseo, sorridente, d’una bimba che gli tendeva la piccola mano in un tacito invito.
” E’ un sogno “, pensò Thomas. ” Sì è un sogno! “. Ma la bimba scosse il capo e il suo sorriso sembrò divenire un po’ triste. “No!…” Rispose, “non stai sognando ma adesso vieni. Dai Thomas, vieni.. dobbiamo andare. Capirai dopo”. Lo sguardo di Thomas si perdeva in quegli occhi dolci, in quella immagine sottile, in quel sorriso vestito di bianco, senza capire. No! Doveva svegliarsi. Doveva tornare da Lisa. Sgomento, confuso continuava a scuotere il capo.

La bimba si avvicinò e lo prese per mano. “Dai, Thomas, è ora!”.

“Ma dove?… ” Esclamò Thomas. ” E tu chi sei …perché ! Perché mi trovo qui? ”

La bimba si passò una mano sul viso a scostare i riccioli d’oro, sorrise e stringendo la sua mano in quella di Thomas disse: ” Vieni, non aver timore”.

La nebbia sembrò diradarsi ed un brusio lontano, lentamente, ruppe il silenzio. I1 brusio divenne voci, grida concitate, mentre lo sguardo di Thomas si posava su quei volti preoccupati, mesti. Poi scivolò al di sopra d’essi, tra le lamiere contorte dell ‘auto. Vide i1 dirupo, 1a scarpata scoscesa da dove l’auto era precipitata.

Un pensiero gelido gli attraversò la mente. Come una lama di ghiaccio lo trafisse. Cercò ancora ansiosamente accanto all’ammasso di lamiere contorte.

Poi vide a qualche decina di metri da esse un corpo, e delle mani pietose che si affrettavano a coprirlo. Fece in tempo a scorgerne il volto. I1 suo volto. ” No! Non può essere…” urlò Thomas di un grido senza suono. No! Lisa… il bambino… suo figlio non l’avrebbe mai conosciuto, non l’avrebbe tenuto in braccio. Non l’avrebbe visto crescere, giocare. No… Non era possibile morire i1 giorno di Natale.

A marzo, nel mese di marzo sarebbe nato suo figlio e Thomas non l’avrebbe visto. La nebbia coprì l’immagine, cancellò le voci, rimase solo il silenzio.

Solo il desiderio d’un pianto che non veniva. La bimba strinse ancora più forte la mano di Thomas, alzò il capo riccioluto e si sforzò a regalargli un sorriso triste. “Andiamo”, disse, e ondeggiando scivolarono sulla nebbia che diveniva sempre più trasparente e dorata in una luce soffusa, fino a scomparire.

Poi, Thomas credette d’udire una musica dolce, vellutata, che lo avvolgeva in una sorta di magica danza e una luce calda, meravigliosa gli diede il senso d’una felicità mai provata prima. Uno strano benessere indefinibile, sottile: il torpore che lo aveva a lungo accompagnato si sciolse e si sentì libero.
Si sentì come librato nell’Universo, pianeti multicolori gli giravano intorno, poi vide come un cancello aprirsi e la musica trasformarsi nel riso gaio di bimbi che giocavano felici e gli correvano intorno.

Thomas guardò la bimba dai capelli d’oro e sorrise. Cominciava a capire… Sì! Ora sapeva! Vide il volto di Lisa e sussurrò piano : “Non piangere, non piangere amore mio. Tornerò. Tornerò presto!”.

Ora Thomas sapeva… Sarebbe ritornato a primavera.

Maurizio Cavallo (Jhlos)