Che resta…

Paura, angoscia , desolazione. Silenzio, abbandono solitudine… questo rimane! Questo è ciò che resta dopo. Dopo l’iniziazione, dopo la morte, dopo l’essere stato rapito e condotto al cielo, oltre il cielo; oltre l’orizzonte della terrena apparenza, al di là dell’ottuso orgoglio umano e dell’insana eterna arroganza.

Ti accorgi finalmente d’essere uno straniero, un ospite incompreso in un mondo primitivo e vuoto. Incominci a capire con orrore perché da bambino alzavi lo sguardo al cielo cercando le stelle. Cercavi tua madre, tuo padre… cercavi i tuoi creatori. Comprendi il perché di quella assurda malinconia, di quello strano dolore sordo in fondo all’anima, di quello sguardo perduto tra un tumulto di folla.

Straniero errante, folle menestrello delle galassie, mendicante d’amore e maestro… questo scorgi; intuisci il dramma, la passione. Pensavi di essere Uno ed invece sei Due, tre, tutti. Pensavi di essere e adesso non pensi più… cercavi la verità, la inseguivi mentre essa nascondendosi in mille anfratti e in mille forme ti sfuggiva, in una sorta di crudele gioco lambiva la tua memoria antica per poi dileguarsi in volute di fumo acre.

Incominciasti ad ascoltare il silenzio, forse tu stesso diventasti silenzio, amavi… ma l’amore è tormento, è dolore. L’amore è creatura mostruosa ed orrenda, per questo forse gli uomini fuggono dinanzi alla sua gloria di fuoco abissale. E anche tu fuggivi, dal mondo, dal cielo, dallo ieri e dal domani. Fuggivi e non sapevi che fuggendo da te stesso avresti ritrovato te… l’altro… lo straniero, il viaggiatore dell’atro tempo, del senza tempo.

Incontrasti il Maestro ed altro tormento si aggiunse tra le tue fragili ali. Era lì nel tuo silenzio, nella tua mendace disperazione, ti osservava attraverso i tuoi occhi, ti ascoltava e forse parlava a volte… o forse mormorava in un sogno, nel delirio. Ti guardasti allo specchio quel mattino e lo vedesti: erano i suoi occhi… ed i tuoi non c’erano più.

Che rimane ? Che cosa resta dopo, quando con lo svanire della notte impallidiscono le stelle?

La carità, la pietà : iniquo olocausto dialettico. Solitudine!

Tra la gente, con la gente, per la gente… quale ? L’amico ? Il nemico ? … l’esule, l’orfano, il morto, il figlio… ? Quale d’essi ero ? Forse lo straniero prigioniero tra i barbari, tra i selvaggi ostili… forse il viaggiatore dagli occhi chiari incatenato tra le rovine del passato, avviluppato tra le spire del tempo?

Chi fu prima, chi venne dopo! Chi ritorna senza mai partire ? Chi parte ? Chi resta ?

Oh, inarrestabile sogno… incubo estremo giunto da estremi lidi. Insania, genio e disperazione! Questo rimane, questo è quel che resta!

Ti fecero libero rubandoti l’anima, ti resero saggio e sapiente, ti condannarono alla follia.

La dannazione dell’oceano fu il tuo castigo: libero nella propria solitaria vastità.

Sfidasti la gogna e la collera dei puri, ignorasti l’urlo dei lupi e le tempeste dei venti del nord. In quegli occhi riflessi allo specchio trovasti la dignità maestosa delle galassie, scorgesti la sovranità dell’immobilità siderale e credesti. Credesti in lui, in te…o nella voce là fuori.

In Dio e in Demoni, in angeli dissacranti e santi abietti, meschine ombre di vanità e bramosia, trovasti risposte, ed essi t’imposero domande: Il prima, il dopo, tutto scopristi, era assoluto e l’assoluto niente. La voce in te parlò ancora o continuò a sussurrare dagli occhi chiari riflessi nello specchio e ti scopristi languido torpore in impavido guerriero. Sfidasti allora la croce ed il rogo, il patibolo e la tortura. Da dove venne tanto coraggio? da dove fluivano i profumi allora ?

Conoscesti l’avidità del creato e il peccato degli uomini, incontrasti il generato che generò prima di addormentarsi. Apprendesti il linguaggio segreto ed i suoni delle segrete forme, quello che un’ incosciente cultura chiama magia. Perché mai fosti condotto in cielo ? Perché tu ? Perché l’aurora, il giorno, le stagioni ? Perché mai poi tornasti sulla terra ?

Fragile il pensiero, la fede. Inumano il peso della conoscenza. L’oblio e la reminiscenza, l’assurda legge delle cose, dell’atomo, dello spazio e del Creatore.

Questo è quel che rimane, ciò che resta. Paura e sgomento, pazzia, solitudine.

Ora che sai vorresti non sapere, vorresti che ti capissero, che capissero quello che sai, quello che non puoi rivelare, anzi… svelare al mondo, agli uomini selvaggi di un tempo corrotto e morente. Alle creature che ami e che odi, alla loro stupidità e alla misericordia dell’inganno che in essi giace.

Al tempo che fugge, al fuggitivo, allo straniero e a quello che rimane: a ciò che resta.

La verità è una menzogna che non sarà mai svelata

“… Non esiste giorno che non sia stato già vissuto né tempo mai passato. Tutto volge tra luce e ombra, tutto discende e poi risale: come vortice nel vortice, sfera nella sfera. Chi conosce l’ardente ruota ? Chi mai potrà fermarla ?

Tutto esiste, tutto è morto e mai morirà. Tutto è assente e vuoto!

Nello spazio si nasconde il tempo, nel fugace vive l’eternità!…”

Anthares parlava attraverso le immagini, i suoni erano immagini, il suono non era parola, non era voce: erano frequenze, vibrazioni: Era energia allo stato puro. “… L’uomo cerca il Prima, la Culla della propria infanzia. Cerca il Dopo, la terra del suo riposo. Cerca l’isola che lo vide infante, il seme della propria stirpe. Cerca nella storia senza ricordo, la propria memoria. Cerca la Verità!

Arduo assai è il compito che s’impone: di rado si trova LUCE nella caverna e se a volte ciò accade è solo perché qualcuno lì la pose”.

Ancora silenzio, assoluto estremo. Poi ancora guizzi di radiosa titanica energia; il suono sfolgorante: la voce di Anthares.

“Neppure il più grande dei saggi tra gli uomini s’accorse mai che ciò che arde e illumina prima, diviene poi ceppo spento, cenere negra e fredda: poi tornerà a bruciare. Neppure il più santo d’essi penetrando oltre le mura del sogno, portò mai in terra il canto dei fiori o il colore dei suoni…

Perché mai il contrario dovrebbe essere assoluto ? Tra le frazioni che l’uomo impone al tempo, quale può definirsi prima e quale ultima ?…

La verità è la più grande delle menzogne, l’unica della quale mai sarà svelato il mistero…”

Maurizio Cavallo (Jhlos)