I Templari, il Graal e i teschi di cristallo

L’archeologia ortodossa e gli accademici c’insegnano che la scrittura è un’ invenzione sumerica risalente a 5mila anni or sono; anzi, da circa due secoli ci viene detto che i Sumeri sono i testimoni della prima vera civiltà. Ma se così non fosse? E se i Sumeri avessero “raccattato”, come fecero tante altre culture, i frammenti di una ben più antica civiltà? Dalle nebbie dell’amnesia essi potrebbero aver raccolto i ricordi distorti dal mito, adoperandoli poi per costruire la propria identità storica e usurpando una gloria che mai conobbero. Forse gli Egizi, i Caldei, le civiltà Mesopotamiche e gl’imperi mesoamericani, gli Inca, gli Atzechi, furono i figli dispersi, i fratelli orfani di una civiltà genitrice il cui ricordo si perdette nel dramma e nell’angoscia di un’immane catastrofe cosmica.
E’ recente la notizia da parte di due ricercatori indiani – Jha e Rajaram -riguardante la decifrazione di frammenti in terracotta ( scoperti nella valle dell’Indo in Pakistan ) su cui appaiono incisi segni che rappresenterebbero il prototipo della scrittura degli Harappa e che risalirebbero a circa 5500 anni fa, dunque cinque secoli prima delle tavolette sumeriche. Sono convinto che scoperte del genere dovrebbero farci riflettere. Dovremmo riuscire ad ammettere con umiltà che non conosciamo nulla o quasi del nostro passato e che solo l’arroganza intellettuale c’impedisce di scorgere gli elementi attraverso i quali poter ricostruire e riportare alla luce una genesi della civiltà ben più complessa e articolata. Una fitta macchia di misteri avvolge il nostro passato, una spessa coltre di enigmi ristagna sulle origini dell’umanità. Quale fu il terribile segreto all’origine della persecuzione dei Templari? Quali i collegamenti con il Santo Graal? Cosa scoprirono in Terra Santa? Che cosa cercavano nel tempio di Salomone? Trovarono forse l’antica scienza, la sapienza oscura e temibile dei Titani? Fu questo o cos’altro a permettere loro l’edificazione di cattedrali per tutta l’Europa, gigantesche opere architettoniche d’inusitate forme basate sulle regole della geometria sacra e l’arte magica?
Che nesso legò i loro misteri ai rituali celtici e alle allegorie profuse nella Cerca del Graal narrata da Chrétien de Troyes? In che misura il Cristianesimo plagiò le antiche leggende pagane? In che misura il paganesimo influenzò il cattolicesimo? Domande senza risposta, a volte con tante, troppe risposte. Misteri senza tempo… sul nostro passato veli neri sotto i quali solo l’inerzia e l’umana pigrizia c’impediscono d’impazzire. Quali avvenimenti legarono i Templari, la Chiesa di Roma e un umile curato francese della fine dell’Ottocento ? Quale terrificante segreto generò presso i popoli mesoamericani la necessità di officiare culti feroci e sanguinari? C’era forse nel gene ancestrale della loro memoria, adulterata dai secoli e dai miti, un dramma apocalittico? Un evento shockante fu sicuramente all’origine della loro fobia più esasperata. Temevano che il Sole potesse fermarsi in cielo per poi mutare corso e precipitare sulla Terra. Quale visione allucinante aveva potuto creare una simile cosmogonia se non un reale evento catastrofico?

Che significato hanno migliaia di pietre incise raffiguranti scene impossibili, quali uomini insieme con giganteschi sauri del Cretaceo, quando una scienza “esatta” e rassicurante c’insegna che i dinosauri si estinsero prima dell’avvento del primo ominide? Occorre qui fare un breve viaggio a ritroso nel tempo e raggiungere l’anno 1960, quando per uno smottamento il fiume Ica straripò a Ocucaje, in Perù, e vennero portati alla luce dalla furia delle acque migliaia di petroglifi. All’epoca gli esperti bollarono frettolosamente tali reperti come falsi archeologici. Oggi, grazie alla petrografia e agli esami con microscopi da mineralogia a cui sono stati sottoposti, sappiamo che essi presentano incisioni precisissime prive delle tipiche sbavature causate da utensili atti a scalfire e graffiare; la profondità delle stesse è costante in tutti i tratti dei disegni, e inoltre le pietre mostrano un’ossidazione omogenea anche all’interno dei solchi incisi tale da escludere un invecchiamento artificiale. Le pietre Ica ed altri reperti come le impronte umane impresse nella roccia insieme a fossili di dinosauri, risalirebbero a circa 75 milioni di anni fa.
Siamo probabilmente giunti al bivio dal quale scegliere il sentiero per il futuro. La storia dell’umanità deve essere riscritta? Sono fermamente convinto di sì. Nelle pietre Ica fu registrato un messaggio diretto ai posteri? I petroglifi sono una forma di comunicazione, un linguaggio attraverso il quale un’antica civiltà tentò di rivelarci qualcosa. Di certo qualsiasi tipo di scrittura tradizionale rischiava di non essere capita, mentre un messaggio ideografico scolpito nella roccia poteva sfidare l’incuria del tempo, attraversare milioni di anni e giungere fino a noi semplificandone l’interpretazione. Forse una civiltà evoluta al di là di ogni possibile immaginazione, vissuta nell’era dei grandi rettili, passò attraverso un cataclisma. Decimati e privati di ogni mezzo tecnologico, i sopravvissuti precipitarono nella barbarie, tornarono a nascondersi nelle caverne e prima che l’ultimo sprazzo di lucida memoria venisse avvolto dalla febbre dell’oblio, incisero la loro storia e il loro dramma in ciottoli di roccia, silenziose pagine di pietra affidate all’ignoto oceano del tempo.
Quale fu il segreto che una oscura civiltà cercò di tramandarci? Quegli uomini erano forse i mitici Atlantidei ? Da dove giungeva il loro scibile… forse dal cielo, dalle stelle verso cui ogni leggenda sembra condurci? Il loro sapere, la loro scienza avevano davvero raggiunto livelli per noi inconcepibili? Conoscevano essi l’origine della vita, possedevano i segreti dell’universo? Se riuscissimo a leggere, a decifrare l’arcaica eredità che ancora giace tra cumuli di polvere e deserti di arroganza, potremmo giungere a svelare l’enigma della genesi umana? Forse la chiave è tra le pietre, lo strumento che potrà consentirci il recupero della memoria ancestrale è inciso su sassi muti tra mille simboli incomprensibili od oscuri: ai simboli furono affidati gli ultimi sogni di una civiltà gloriosa e fiera mentre lievitava l’incubo del baratro proteso sulla preistoria che tutto devastava. Forse è nei simboli che dobbiamo cercare. Quale fu lo sconvolgente segreto posseduto dai Templari? E’ possibile ipotizzare che avessero trovato testimonianze di un tempo assai remoto, che avessero scoperto terribili verità dimenticate. Fu questo a decretare la loro fine? Se così fosse, sarebbe ovvio dedurre che i Dogmi sui quali si reggeva il potere temporale della Madre Chiesa potevano incrinarsi paurosamente; qualcosa d’immensamente pericoloso era finito tra le mani dei Cavalieri del Tempio e se fosse divenuto di dominio pubblico gli stessi pilastri dei regni di Oriente e di Occidente sarebbero franati rovinosamente. Supponiamo che quanto scoperto dai monaci guerrieri nel tempio di Salomone potesse dimostrare che personaggi quali Mosè, Noè, Aronne ecc. altro non erano che personaggi leggendari, ombre sperdute tra le pieghe di saghe nebulose e sulle quali gli Israeliti prima e il Cristianesimo dopo, avevano costruito la dottrina e la genesi mancante. Supponiamo che avessero trovato l’esegesi cosmogonica che mal si coniugava con il mito della creazione e il conseguente sviluppo della religione: probabilmente comprenderemmo il motivo primario per il quale i Templari furono accusati di eresia, perseguitati e sterminati. “ Chi conosce tace…” Così recita la tradizione iniziatica, e i Templari furono maestri del silenzio. “ Solo chi conosce la verità può operarne il cambiamento ” – e i Cavalieri del Tempio furono maestri anche in questo. Non solo ri/velarono di silenzio quanto avevano scoperto, ma ne divennero i sacri custodi, immergendo la conoscenza posseduta in un crogiuolo di allegorie e simboli, affinché mai mani profane potessero coglierne il Fuoco Antico. Affinché il segreto rimanesse tale, nel Tempio esistevano poche regole scritte la cui lettura era riservata ai soli dignitari; molti tra i Cavalieri non ne ebbero mai conoscenza. Gaucerand de Montpezat, cavaliere dell’Ordine interrogato nel processo, ebbe a dire: “Abbiamo tre articoli (regole operative) che nessuno conoscerà mai, tranne Dio, il diavolo e i Maestri.” Dunque, cosa cercavano nelle stalle del palazzo di re Baldovino II, edificato sul tempio di Salomone, Hugues de Payns e otto suoi confratelli? Dopo 9 anni di scavi e incessante ricerca, cosa trovarono? Il Santo Graal? Un tesoro nascosto? Oppure… l’Arca? L’Arca dell’alleanza: la trovarono? Certo è che dopo nove anni da quel 21 giugno 1118, e precisamente nel gennaio del 1228, i 9 Cavalieri tornano in Francia ed ecco improvvisamente come fiori di pietra, ergersi forti e possenti le cattedrali gotiche.

Cattedrali, Piramidi e ancora segreti.

A questo punto bisogna scendere nei sotterranei dei simboli, dobbiamo affrontare le insidie del velo e i custodi tenebrosi. Con il pensiero dovremo indagare le lande misteriose delle allegorie ed interpretarne i segni, poiché nel simboli è racchiuso il senso psichico e biologico della storia umana. I simboli sono elementi reali, sono la scrittura dell’universo.
Che cosa fosse realmente l’Arca non lo sappiamo, né sappiamo a cosa servisse. Possiamo solo supporre che vi fosse racchiuso il più temibile segreto. Nei manoscritti del Mar Morto se ne accenna, esotericamente ad essa si allude come alla “Forza = ENERGIA”. Ma non deve trattarsi di un’arma – altrimenti sarebbe stata usata contro Nabucodonosor e le sue truppe nel 587 a.C. – bensì di una conoscenza magica che trova la massima applicazione dentro l’uomo. La Gloria del Signore, la conoscenza assoluta, forse un’equazione alchemica il cui segreto è tramandato attraverso eoni di tempo su tavole di pietra. Infatti la Bibbia ci dice che in essa era contenuta la Legge; le tavole dei dieci comandamenti ricevuti da Mosè sul Sinai. Un Computer? Un archivio psichico programmato e nascosto da un’arcaica civiltà? Altri misteri, altri implacabili simboli prendono vita sorgendo da oscuri orizzonti. Nel 1924 nell’entroterra dell’attuale Belize, tra il Guatemala e il mar Caraibico, una spedizione inglese capeggiata da Frederick Albert Mitchell Hedges dopo numerose vicissitudini scoprì una’antica città sepolta nella vegetazione. La città venne chiamata Lubaantum – Luogo dove cadde la pietra celeste – (riferimento ad un impatto planetario?) così come già veniva chiamata la zona dalle comunità Maya dei pressi. Il sito si rivelava, attraverso l’architettura e le tecniche di costruzioni, come Incaico e si estendeva su una superficie di oltre 15mila chilometri quadrati con piramidi, palazzi, tumuli e sotterranei. Gli scavi protrattisi per anni portarono ad un pomeriggio afoso nel quale l’adolescente figlia adottiva di Hedges, Anna, arrampicandosi in cima ad un tempio pericolante vide tra le rovine in basso in una profonda buca qualcosa che brillava riflettendo la luce del sole. La giovane avvisò immediatamente il padre il quale fece iniziare gli scavi. Dopo qualche settimana di alacre lavoro, nel momento in cui la buca profonda fu sufficientemente larga, Anna vi fu calata e quando risalì in superfice stringeva tra le mani uno dei più straordinari reperti della storia dell’archeologia: un teschio di cristallo purissimo. Un teschio interamente in cristallo di rocca, alto 13 cm., profondo 18, del peso di 5 kg.: e già le misure potrebbero nascondere un altro messaggio esoterico. Il cristallo di rocca o quarzo ialino, definito anche roccia di ghiaccio, possiede una notevole durezza (può essere lavorato con punte di diamante), è resistente al logorio del tempo e ha formidabili proprietà piezoelettriche ( capacità di deformazioni oscillatorie in principio di un campo elettrico alterato con la dote di fornire elettricità in seguito ad azione meccanica ). Il cristallo di rocca in virtù delle oscillazioni a frequenza costante, della possibilità di conservare elettricità e di emettere impulsi, è alla base della nostra moderna tecnologia, dagli orologi al quarzo ai microchip dei computer. Infatti piccoli cristalli di silicio (circuiti integrati) sono la memoria dei moderni elaboratori elettronici. Per associazione non posso non pormi la domanda: e se fosse un accumulatore mnemonico?
Se il teschio funzionasse come un insieme di circuiti integrati? Certo non conosciamo il commutatore indispensabile per leggere i dati in esso memorizzati, o forse sì… l’Arca! Non fu tramandato che la Gloria del Signore si manifestava attraverso di essa? Che il Signore Iddio parlava al suo popolo attraverso l’Arca dell’alleanza? Potrebbe essere… ma dobbiamo cercare ancora e lo faremo attraverso i numeri e le carte dei Tarocchi, carte, queste, spesso adoperate dagli iniziati che se ne servivano per celare taluni segreti. Prima però è utile ricordare che i Maya chiamavano quel teschio con timorosa venerazione: Il Teschio che parla. Dunque proviamo a leggere i simboli celati nei numeri ricavati dal teschio di cristallo: 13,18,5. Innanzitutto è necessario trovare in quale “casa” inserire il processo di lettura, e per farlo bisognerà sommare fra loro il 13, il 5 e il 18. Quindi 13+5+18 = (36) 3+6= 9. L’arcano dei Tarocchi numero 9 è l’Eremita (la riflessione). Orbene, sotto questo auspicio consideriamo quanto segue: il 13 rappresenta la Divinità manifestata ovvero il principio individuale (1) compenetrato dalla conoscenza ( gnosi ) espressa dal (3).
Tredici secondo una leggenda maya erano i teschi nascosti, 13 furono Gesù con i discepoli, ancora 13 diventa la combinazione delle 12 stelle intorno al capo della Vergine Maria e 13 i corpi celesti del sistema solare, sempre includendo il nostro astro e anche se la scienza ufficiale non ha ancora individuato i restanti tre pianeti. Il tredici nei Tarocchi è raffigurato dall’arcano della Morte cioè la metamorfosi .

Il 5 rappresenta la rinascita, e nei Tarocchi prende la figura del Papa: la responsabilità, mentre il 18 è la Luna, l’inganno. Il messaggio ricavato attraverso la lettura simbolica è il seguente. I dodici si trasformeranno in sapienza quando troveranno il primo (cosa che avvenne per gli apostoli chiamati da Gesù, il che ci lascia supporre che egli stesso compì una azione magica programmata o meglio predestinata, un rituale iniziatico la cui origine è precedente al suo stesso avvento) e ciò avverrà solo quando l’uomo, attraverso una morte-rinascita interiore, assumerà le proprie responsabilità ( una trasformazione coscienziale ). Fino a quel giorno, tutto sarà inganno ( tutto sarà dominato dalle apparenze, e i segreti dell’universo velati dal mistero).
A questo punto è lecito intuire che i teschi ( al plurale, perché quello scoperto ai piedi della piramide Inca non è l’unico; altri furono rinvenuti in vari luoghi: a tutt’oggi sembra ne esistano almeno sei ) siano gli occulti messaggeri provenienti dal passato ed i Templari i depositari e i custodi del grande segreto. In relazione alle proprietà del cristallo di rocca, appare chiara la scelta del materiale che li compone; ma perché fu scelto di dare loro la forma con la quale sono giunti fino a noi? Almeno per due ragioni tra loro collegate: la prima è prettamente simbolica. Il cranio è per antonomasia il simbolo della vita e della morte; assurge alla regalità divina in quanto contenitore del cervello e quindi dell’intelletto e per questo venne spesso associato a culti e rituali anche cruenti. La seconda ragione risiede proprio nel fatto che, considerato sacro, il cranio avrebbe potuto attraversare i millenni indenne da ogni rischio di distruzione. Chiaramente, sono convinto che durante il trascorrere del tempo qualcuno che sapeva sia rimasto a guardia del segreto e nel contempo, quando la situazione diveniva propizia, in momenti particolari della storia umana, questo qualcuno abbia provveduto a trasferire la conoscenza a nuovi custodi. Iniziati che operavano ed operano invisibilmente, trasmettevano la “verità” a chi se ne fosse reso degno, affinché non se ne perdesse memoria. Questo è accaduto e continua ad accadere. Da tempo immemorabile ciò si è verificato in Egitto, in Perù e in altri angoli del mondo. In ogni epoca, instancabilmente si è tramandata la conoscenza antica, nell’attesa del giorno in cui tutto potrà essere svelato.
Avvenne in Palestina: apparve il Maestro, scelse gli uomini e li rese guardiani. Poi li mandò per il mondo affinché potessero tramandare attravero i secoli la Divina Sapienza. Quando venne il tempo del destino, fu crocifisso sulla collina del “Golgota”, che vuol dire teschio. Alquanto improbabile che si tratti solo di coincidenza, come è assurdo pensare siano coincidenze quelle che portano a Rennes-le-Château… Ma ancora uno sguardo ai numeri del teschio. Con un’operazione di geometria sacra inseriamo il cinque nel tredici ed otterremo il diciotto, ossia l’occultamento di ciò che non si deve sapere. I due punti centrali convergeranno rivelandoci la doppia faccia dell’opera alchemica: il bianco e il nero, l’albedo e il nigredo, la parte esoterica e la parte essoterica. Quello che è e quello che deve apparire. Inseriamo due triangoli con i vertici rovesciati, uno verso il basso ( l’invisibile nel visibile ) e l’altro verso l’alto ( il visibile nell’invisibile ): otterremo il simbolo di Salomone, uno dei Re pescatori, il mago, il sacerdote guerriero custode dell’Arca.

(Vedi schema)