Tra cento o mille anni, quando questa civiltà inevitabilmente conoscerà il limbo dell’oblio, quando immani catastrofi ambientali e tecnologiche avranno spazzato l’ultimo gene mnemonico e la desolazione annienterà il ricordo, poco o niente lasceremo a testimoniare il nostro passaggio. Un’ ipotetica civiltà del futuro, sorta dalle macerie e dalla distruzione che concluderanno drammaticamente il nostro ciclo, affannosamente cercherebbe risposte sul proprio passato, per scoprire quale razza l’abbia preceduta. Vorrà capire i motivi del declino e della fine delle culture preesistenti la sua origine. Una massa di esploratori: archeologi, etnologi e scienziati in ogni genere, scaveranno tra le rovine delle nostre metropoli rese necropoli dall’incuria del tempo e dal fango dei mari, scoveranno e catalogheranno utensili e cocci di stoviglie, vasi di terracotta, qualche scultura in marmo e gioielli; ma non troveranno un solo computer, e neppure dischi ottici o lettori laser. Non vedranno una sola prova del nostro grado di civiltà tecnologica. Non sapranno mai a quante e quali conoscenze eravamo approdati. Tenteranno d’intuire a quali dottrine religiose, a quali riti e funzioni sacre eravamo abituati, cercheranno di scoprire a quali e quanti Dei eravamo devoti. Attraverso un cumulo di cocci e di stoviglie riordineranno la nostra storia di primitivi padri della razza umana. Di certo qualche scampolo architettonico li stupirà non poco: rovine di una qualche cattedrale, tunnel scavati nel sottosuolo di cui non sarà chiara l’ originaria funzione, grandi pianori – i nostri moderni aeroporti – probabilmente scambiati per vaste aree di culto in onore di una non meglio identificata deità. Per il resto nulla di ciò che ha proiettato il nostro secolo verso il futuro sarà ritrovato. Le scoperte nella fisica, nella medicina, i voli spaziali, la biotecnologia, la cibernetica spariranno con la nosta fine e non ne rimarrà traccia. D’altra parte, come potrebbe? Tutta la nostra esistenza è costruita sull’effimero e sul fugace, così come lo fu in passato per i nostri avi, per coloro che ci precedettero. Tutto è destinato a mutare, a corrompersi, e anche la nostra era di meraviglie è destinata a crollare in un baratro di amnesia. La nostra storia, gli eventi di quest’ultimo scorcio di secolo che tanto ci rendono orgogliosi e fieri, sono affidati alla memoria collettiva di biblioteche, musei ed enormi database oltre che alla memoria individuale così labile e incerta. Cosa resterebbe di tutte le nostre conoscenze, dell’accademico sapere, dell’arte, delle scienze se un’inimmaginabile catastrofe dovesse abbattersi sul nostro pianeta? Come potrebbe salvarsi, per esempio, qualche decina di secoli di “civiltà” da un apocalittico sconvolgimento naturale? Da un collasso gravitazionale, dall’impatto con un corpo celeste, da una ennesima glaciazione oppure da un conflitto termonucleare? Cosa rimarrebbe dopo, quando pochi scampati, orrendamente mutilati nella coscienza, drammaticamente corrosi dall’inevitabile trauma psicologico, si ritrovassero nell’oscurità di profonde e inospitali caverne, scaraventati su inaccessibili vette di ghiaccio e silenzio, perduti in una nuova genesi primordiale? Un Compact Disc ha la durata media ( cioè rimane leggibile ) di circa 12-15 anni, se conservato idoneamente; un Cd-Rom di 10-12. Una pellicola cinematografica, un supporto magnetico hanno vita ancor più breve ed i libri si polverizzeranno nell’arco di un secolo. Cosa rimarrebbe di tutto ciò e d’altro ancora – enormi grattacieli, ponti, città – dopo la tragedia? E soprattutto, cosa rimarrebbe dopo qualche millennio quando, placata la furia distruttiva, gli orfani della civiltà, vincendo il terrore immemore, ricominciassero a salire in superficie, a ridiscendere dai monti dopo aver lasciato l’oscurità delle caverne nelle quali gli antenati avevano trovato rifugio scampando alla morte? Essi sarebbero i figli dell’oblio, privati d’ogni ricordo vagherebbero in una terra primeva senza passato, senza alcuna identità culturale. Un popolo errante che ricomincerà lentamente a ricostruire dopo essere stato precipitato nella barbarie, attingendo da nebulose leggende, cercando attraverso i fitti veli dei miti nati tra le ombre umide di spelonche sotterranee… Altri secoli, lenti millenni trascorrerebbero nella lenta risalita a forme di civiltà superiori. Prima tribù rese crudeli ed abbruttite dalla lotta per la sopravvivenza, poi imperi, popoli guerrieri. Riti cruenti e sanguinari nascono a scongiurare il terribile castigo degli Dei, fioriscono dai sogni orribili racchiusi nell’atavica memoria collettiva sepolta da mille orrori e malefiche superstizioni. Sacerdoti e sapienti forgiati dall’oscurantismo e dalla necessità di creare una identità avita, traggono strani simboli dalle leggende, tessono poemi e splendori di antiche epopee . Dal mito nasce il mito e dai frammentari ricordi, le vicende leggendarie e gloriose dei Padri. Si riscopre così il bisogno di tramandare la propria storia, di perpetuare il sottile legame che congiunge al mondo dei viventi. Quasi a voler scongiurare la dissoluzione verso la quale conduce la morte, dimensione temuta poiché inconoscibile, si sacralizza la conquista di una eternità impossibile che passa attraverso il misterico. La tradizione magica, il sapere iniziatico vengono ora tramandati di generazione in generazione affinché sopravviva l’anima di un popolo. L’antico sapere si trasferisce in segreto ed in maniera orale, poi si plasma un codice dei segni, si incidono tavolette d’argilla e metalli, elementi assai più duraturi ai quali affidare i segreti in viaggio verso il futuro, verso i posteri. Si reinventa la scrittura, arte divina, strumento di civiltà e di progresso. Tavolette d’argilla, ceramiche incise, papiri vergati con tinte vegetali e stele di granito… Questo è rimasto. Non le opere tecnologiche e raffinate dell’antica civiltà che ci ha preceduto, ma i primitivi resti di popoli che ad essa succedettero. Fino a noi è giunto il misero relitto di una civiltà naufragata nell’oblio attraverso le leggendarie elucubrazioni di popoli privi di memoria, esseri resi folli da un dramma planetario. Tra noi e il vetusto splendore, la preistoria, la faticosa risalita di coloro che sopravvissero alla fine della civiltà, la quale forse, avendo raggiunto vertici d’inimmaginabili conquiste tecnologiche e di conoscenza, avrebbe potuto narrarci l’inizio di ogni cosa. Parimenti, la nostra civiltà non lascerà tracce del suo passaggio, ma la razza che ci succederà troverà le tracce della nostra futura preistoria.